Possono i dati riguardanti l’utilizzo di cellulari essere usati per analizzare la disoccupazione?
Crediti immagine: Christine Daniloff/MIT.

Una ricerca del Massachusetts Institute of Technology dimostrerebbe che i dati riguardanti l’utilizzo dei telefoni cellulari potrebbero essere usati per comprendere in maniera più rapida i livelli occupazionali e dunque il livello della disoccupazione.
Basandosi sulla concezione secondo cui i modelli di comunicazione delle persone cambiano quando si lavora e quando non si lavora, i ricercatori hanno analizzato i dipendenti di un’azienda che ha effettuato licenziamenti di massa elaborando dati riguardanti i periodi successivi ai licenziamenti.
La ricerca sarà pubblicata su Journal of Royal Society Interface. Alla ricerca hanno collaborato alcuni scienziati dell’Università di Pittsburgh, dell’Università della California-Davis e della Kennedy School di Harvard.

Secondo le analisi effettuate nel corso della ricerca, il numero totale delle chiamate effettuate dai soggetti licenziati sarebbe sceso del 51% rispetto a quelli che lavoravano ancora e del 41% rispetto a tutti gli utenti telefonici. Il numero delle chiamate effettuate dai licenziati a persone presenti fisicamente nella zona dove aveva lavorato scendeva del 5% e l’utilizzo generale dei cellulari da parte dei lavoratori da poco disoccupati è sceso del 20%.

I risultati dimostrerebbero chiaramente che i dipendenti licenziati vengono coinvolti in un minor numero di chiamate telefoniche, sia in entrata che in uscita, e che le persone che contattano, sempre per via telefonica, risultano essere diverse da quelle che contattavano di solito.
In generale, l’interazione sociale della popolazione diminuisce e ciò, oltre a poter essere analizzato per elaborare dati riguardanti la disoccupazione quasi in tempo reale, rappresenta una delle conseguenze negative della disoccupazione.

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