pettirosso europeo Erithacus rubecula disorientati elettromagnetici Segnali radio ed emissioni elettromagnetiche disorientano gli uccelli migratori

Per l’esperimento sono stati utilizzati pettirossi europei della specie Erithacus rubecula.

Crediti immagine: commons.wikimedia.org

Un articolo apparso su Nature rivela che l’enorme produzione di segnali radio e di interferenze elettromagnetiche confonderebbe gli uccelli migratori limitandone le possibilità di spostamento.

Gli uccelli migratori utilizzano bussole interne per orientarsi nel corso dei loro spostamenti. Queste bussole interne si servirebbero a loro volta del campo magnetico terrestre.
Questa particolarità potrebbe far pensare che l’enorme produzione odierna di onde elettromagnetiche, il cosiddetto elettrosmog, possa in qualche modo disturbare questa loro particolarità istintiva, ma, nonostante decenni e decenni di esperimenti e di ricerche, non si è ancora trovata nessuna prova definitiva al riguardo.

L’esperimento si è avvalso della collaborazione di alcuni pettirossi europei, della specie Erithacus rubecula. I piccoli uccelli migratori sono stati esposti ad un rumore di fondo elettromagnetico in alcune costruzioni in legno non schermate (una procedura necessaria per assicurarsi che gli uccelli non utilizzassero il sole o le stelle per orientarsi) ed hanno dimostrato di non poter orientarsi tramite la loro bussola magnetica interna.

Gli stessi pettirossi hanno poi dimostrato di poter riacquistare subito la loro capacità di orientamento non appena veniva fornita una schermatura alle radiazioni quando i ricercatori hanno coperto le pareti e il tetto della capanna con dell’alluminio fornito di messa a terra. Secondo i calcoli dei ricercatori, la schermatura avrebbe fornito una protezione che avrebbe abbassato l’intensità dei segnali circostanti di circa due ordini di grandezza.
Nel momento in cui i ricercatori staccavano la messa a terra, gli uccelli perdevano di nuovo l’orientamento.



Prima della pubblicazione dei risultati, i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento molte volte ed indipendentemente, grazie anche all’aiuto di diverse generazioni di studenti. La documentazione sembrerebbe quindi abbastanza congrua. Tuttavia, la comunità scientifica è ancora divisa sulla questione. Ad esempio, la ricercatrice dell’Università di Francoforte Roswitha Wiltschko, che ha effettuato test simili, non sarebbe giunta agli stessi risultati.
Ulteriori ricerche e studi più approfonditi dovrebbero quindi essere effettuati in futuro per addivenire a risultati definitivi.

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